37060384_476575729437458_1147745691058044928_n.jpgUn termine ampiamente discusso negli ultimi anni, che si distacca dal concetto di “capo”, dall’idea di “autorità” intesa come imposizione. Eppure vedo molta confusione attorno a questo termine,  l’accezione ad esso annessa è di qualcuno che guida qualcun altro. Magari è anche quella giusta. “To lead” d’altronde significa “condurre”. Ma condurre chi? come? con che intenzione? e soprattutto perché?

Ho l’impressione che prima di capire chi è e cosa fa il leader servirebbe creare una squadra, comprendere cos’è lo spirito di squadra. Ogni insieme di persone, gruppo, necessita di stabilire qual è il movimento, il bisogno, l’emozione, il sogno, che li accomuna. La squadra per esser tale e funzionare in modo armonico, efficace, richiede collaborazione, voglia di confrontarsi,  capacità di esprimersi, con la consapevolezza che gli altri sono animati dalla stessa volontà, condividendo i limiti e potenziando le risorse. Soprattutto potendo mostrare le fragilità. Perché qui sta il punto, almeno per me. Le fragilità ancora sono tabù. Tutti fighi bisogna essere o almeno questa è l’impressione che si vuol dare. Quindi tutti leader … i gregari chi sono?

Nella relazione con gli animali, loro conoscono perfettamente le nostre fragilità, i nostri limiti, ma spesso ci illudiamo che siano i loro o che vada chiarito chi è che “comanda”. Che si debba stabilire chi è il leader inteso come chi impartisce la direzione da seguire, l’obiettivo (per entrambi, scelto però da uno solo).

Leader … ma tu chi sei davvero? Come reagisci quando soffri? Cosa fai quando ti arrabbi e per cosa ti arrabbi? Quanto rispetti la vita, la tua, la mia, quella di altri? Quanto sei in contatto con te stesso? Quanto tempo passi in silenzio ogni giorno? Come ti comporti se ti senti offeso e perché ti senti offeso? Dove e in cosa non riesci? Cosa non sai fare? Come chiedi aiuto? La relazione con gli altri che valore aggiunto è per te? Come vedi i tuoi talenti? Che parole usi verso gli sconosciuti?

Io voglio sapere tutte queste cose, e le osservo, nelle persone; non per sceglierle come leader, ma per ispirarmi ad esse come esempio da seguire, da cui trarre spunto nelle azioni, nel processo decisionale. Ispirarsi per condividere esperienze di vita, per camminare insieme, per darsi presenza reciproca. Nessuno guida nessuno, ci sosteniamo a vicenda. Imparo a vivere strada facendo e osservare gli altri mi permette di capire sempre di più e meglio cosa mi piace e cosa non mi appartiene.

La presenza di alcune persone migliora il mondo, anche solo il mio mondo. Ci sono individui che solamente con la loro presenza, o anche pensandoli, cambiano in meglio i momenti, le giornate, la vita. Questo per me è essere leader, avere la capacità di “stare con”: se stessi prima di tutto, le proprie emozioni, le proprie intenzioni, i propri limiti, le proprie fragilità, senza problemi a condividerle per “stare con” gli altri, per essere presenti nelle relazioni. Prima di tutto “guido” me stesso attraverso la conoscenza e la consapevolezza, poi condivido con gli altri il mio stile di guida.

Condivido, non insegno.

Condivido, non impongo.

Condivido, non illudo.

Purtroppo accade spesso che i primi a cui non sappiamo dare vera fiducia, vero credito, vero sostegno, nel guidare, siamo proprio noi stessi. Subiamo i nostri stessi pregiudizi, subiamo le aspettative a cui non sappiamo rispondere affermando chi siamo veramente. Quindi si va cercando conferme nel guidare gli altri. Nel condurre le vite degli altri e qui scatta il controllo, da leader ovviamente (lo stile innanzitutto!).

Quest’anno ho avuto modo di conoscere persone che sono ritenute “grandi leader” e altre che vorrebbero esserlo o sono convinti di esserlo. Beh, da tutti loro ho imparato una cosa importante: io non sono un leader. E non voglio esserlo. Non voglio condurre nessuno, mica sono una carrozza, un carretto o un autista. Non voglio trainare proprio nulla, che sono, un rimorchio?

Molte figure di leader ispirano e generano (purtroppo) solo controllo. Vengono seguite perché hanno qualcosa che altri vogliono, riescono ad ispirare sentimenti ed emozioni di grandezza, che svaniscono in assenza del leader stesso o del gruppo di appartenenza che ha creato. “Fuori” da quel contesto ci si sente persi. Possono anche dirigere con emozione ma pretendono di avere il controllo di ogni cosa, programmano tutto anche se lo dissimulano. Guai se altri non si allinenano alle loro idee, alla loro visione. Possono essere leader capaci di ispirare ma tuttavia non camminano con gli altri, vogliono comunque stare un passo più in là. Condividere chi si è, fino in fondo, non è roba da leader, è roba da essere senziente, sensibile, fragile, incerto, consapevole dei propri errori e delle tante mancanze, di essere in continuo mutamento; ed è proprio questo che li accomuna a moltissimi altri esseri viventi e ne fa partner per chi sta vivendo esattamente la stessa condizione. Partner in presenza, senza necessità di guida.

Per quel che mi riguarda, non seguitemi, la maggior parte della mia strada la faccio testandola, sbagliando, inciampando, cadendo. Ho imparato tanto così facendo, a rialzarmi, a curare le ferite, a potenziare le possibilità. Ma non seguitemi comunque, camminate con me, così si può avvalersi degli errori fatti senza doverli ripetere, si può essere compagni di viaggio e buoni osservatori esterni delle situazioni. Camminare insieme permette di vedere lo stesso panorama e di confrontarsi alla pari, spalla contro spalla.

Io credo nella condivisione, nella trasmissione orizzontale di conoscenze e soprattutto nello scambio di esperienza derivata dagli errori: non so dirti chi sei o cosa fare per essere felice, ma posso farti partecipe della mia felicità, posso mostrarti la mia fragilità, posso gioire delle tue vittorie, di ciò che si realizza ed è importante per te e posso esserci nel dolore. Ma non so dirti dove devi andare. Di sicuro, per un pezzo possiamo andarci insieme, dato che ci siamo incontrati sulla stessa strada.

Con gli animali è ancora più importante camminare con loro affermando chi siamo: poiché essi già lo sanno e mentire a noi stessi equivale a mentire a loro. E chi mai vorrebbe seguire un bugiardo per di più inconsapevole? Gli animali possono dirci tanto su come conduciamo la nostra vita, sono il nostro specchio più fedele. Guardare loro, guardarli davvero, significa prendere in mano la capacità di osservare il modo in cui sosteniamo il nostro percorso in questa esistenza. E facendo questo, amarli veramente per chi sono, amare noi stessi per chi siamo. Senza guida, senza binario, lungo la libera strada.

Relazione Specchio è anche sui social: se ti va, segui e condividi! : )
Follow by Email
Facebook
Facebook
Twitter
YouTube
YouTube
Instagram