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Che il corpo parla lo abbiamo già ascoltato o letto da varie parti. Ci sono bellissimi libri che ne parlano (le mie autrici preferite sull’argomento sono Erica Francesca Poli e Rossella Panigatti, adoro anche il “Dizionario della Metamedicina” di Claudia Rainville), corsi, seminari, attività. Le neuroscienze stanno facendo grandissimi progressi nel raccontarci di come il corpo risponde ai movimenti interiori, del cuore e della mente.

Perché il corpo parla. Appunto, il corpo.

E parla … in che senso?

La mente usa le parole, il nostro dialogo interiore, la voce con cui parliamo a noi stessi, dentro noi stessi, è composta di parole. Parla. E il corpo? Mica mi sveglio la mattina e un ginocchio mi dà il buongiorno. Eppure accade. Non con le parole, ma attraverso le sensazioni e le immagini che spesso appaiono connesse a queste sensazioni. 

L’esperimento più famoso lo troviamo anche in letteratura, fu pure l’argomento della mia tesi preparata per l’esame di maturità a fine liceo.

“Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati maddalene, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto della maddalena. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicessitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta ? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della maddalena. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva ? Che senso aveva ? Dove fermarla ? Bevo una seconda sorsata, non ci trovo più nulla della prima, una terza che mi porta ancor meno della seconda. E tempo di smettere, la virtù della bevanda sembra diminuire. E’ chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. E’ stata lei a risvegliarla, ma non la conosce, e non può far altro che ripetere indefinitivamente, con la forza sempre crescente, quella medesima testimonianza che non so interpretare e che vorrei almeno essere in grado di richiederle e ritrovare intatta, a mia disposizione ( e proprio ora ), per uno schiarimento decisivo. Depongo la tazza e mi volgo al mio spirito. Tocca a lui trovare la verità…retrocedo mentalmente all’istante in cui ho preso la prima cucchiaiata di tè. Ritrovo il medesimo stato, senza alcuna nuova chiarezza. Chiedo al mio spirito uno sforzo di più…ma mi accorgo della fatica del mio spirito che non riesce; allora lo obbligo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a rimettersi in forze prima di un supremo tentativo. Poi, per la seconda volta, fatto il vuoto davanti a lui, gli rimetto innanzi il sapore ancora recente di quella prima sorsata e sento in me il trasalimento di qualcosa che si sposta, che vorrebbe salire, che si è disormeggiato da una grande profondità; non so cosa sia, ma sale, lentamente; avverto la resistenza e odo il rumore degli spazi percorsi…All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di maddalena che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio….”   (Marcel Proust, Dalla parte di Swann)

“Dapprima rifiutai, poi, non so perché, mutai parere” …  la mente è in grado di captare le vibrazioni dall’ambiente esterno e di trasformarle in informazioni e sensazioni. Così, il protagonista è triste, non vuol il tè, ma il suo corpo, la memoria del suo corpo, quella olfattiva, sa che quella vibrazione è connessa all’emozione gioia … e cambiando la sensazione interna del protagonista lo induce a prendere quel tè e quel dolcetto.

Certo, diremo, è solo una storia. In realtà cose di questo genere accadono ogni giorno e a tutti è capitato un episodio del genere. “Non avevo voglia di”, ma “poi l’ho toccato” oppure “poi l’ho assaggiato” oppure “poi l’ho guardato” o infine “poi sono andato, sono uscito, sono entrato” e qualcosa è accaduto. Il corpo ci ha fatto muovere. Il movimento interiore è divenuto movimento esteriore, movimento fisico. Ci siamo sposati da un non volere a un provare, fare, andare. E le emozioni cambiano, le informazioni dentro di noi cambiano. Ci sentiamo diversamente e allora anche molto altro ci appare diversamente. Basta pensare all’effetto che il clima ha su di noi: c’è chi si sente meglio in un giorno di sole e chi in uno di pioggia, chi si rinfranca con temperature invernali e chi sotto il sole estivo.

Ogni corpo ha la sua memoria e le sue preferenze.

Un bellissimo articolo sulla relazione tra corpo e sensazione, un articolo di come le emozioni siano il ponte tra la mente e il corpo è scritto da Erica Francesca Poli e lo trovate in questa pagina.

Io voglio portare attenzione sull’ascolto. Il corpo parla. Ma noi lo ascoltiamo? Sentiamo delle sensazioni associate ad un fastidio fisico e … cosa accade in noi?

Spesso un sintomo fisico lo ragioniamo. Nel mentale, nel pensiero. Tentiamo di capire cos’è, perché, come allontanare quel dolore, quel malessere, quel disagio. Capire, pensare. Lo analizziamo, analizziamo quella parte anatomica, dove si sarà inceppata? Il menisco, lo stomaco, la cartilagine … analizziamo il corpo pezzo per pezzo. Certo, nulla di male nel prendersi cura di parti fisiche che richiedono sostegno, ma l’ascolto dove finisce? e la cura del corpo come un tutt’uno?

Come si ascolta il corpo? Quando ho un dolore fisico o un disagio come lo ascolto?

Portando ad esso attenzione. Esattamente come quando dobbiamo leggere una scritta troppo piccola e focalizziamo tutta la nostra capacità di vedere strizzando gli occhi oppure come quando siamo entusiasti di qualcosa e non pensiamo ad altro. Quella è l’attenzione: concentrarsi, focalizzare il nostro interesse, interessarsi, selezionare gli stimoli e le informazioni da ascoltare, da accogliere.

Portare attenzione significa accogliere, per quel momento, solo un preciso stimolo, una precisa sensazione e non tentare di darne una spiegazione. Si resta lì, nella concentrazione. E si accoglie ciò che esce in sensazione, emozione, ricordo, intuizione.

Perché a questo punto inizia la magia: il corpo ci parla, tira fuori la sua memoria, compaiono delle immagini, salgono delle emozioni, sentiamo sensazioni precise, salgono delle intuizioni, consapevolezze di vario genere. Può far paura, ma non è che facendo finta di nulla quella memoria del corpo scompare. Anzi, si rafforza. E tenterà sempre più di farsi ascoltare.

Il corpo ci parla delle esperienze incontrate nella vita e di quelle non ancora incontrate, ci parla dei sogni che vogliamo realizzare e dei limiti che ci mettiamo, ci parla dei carichi che non ci appartengono e ci racconta cosa stiamo facendo della nostra vita. Il corpo conosce cosa è accaduto mentre eravamo nella pancia della mamma, conosce ciò che ci piace e ciò che non è per noi, riconosce i corpi con cui entra in sintonia.

Come ascoltare il corpo quindi? Un procedimento semplice ed efficace, difficoltoso solo nell’iniziare ad applicarlo poiché richiede un po’ di volontà iniziale, dato che non rientra nelle abitudini di vita:

1- portare attenzione, concentrarsi, interessarsi, solo allo stimolo doloroso o al disagio che si prova

2- (passaggio fondamentale) non spiegate, non giudicate, non interpretate, quello stimolo

3- respirate, ricordatevi di respirare mentre state concentrati sul corpo

3- restate almeno tre minuti in quella concentrazione, se pensieri arrivano, semplicemente riportate attenzione, concentrazione, interesse al punto del corpo o alla sensazione a cui ci eravate dedicati

4- passati i tre minuti portate attenzione a tutt’altro, annotando eventuali informazioni che sono salite durante l’ascolto. Scriverle aiuta a raccogliere e fare collegamenti tra intuizioni che magari possono sembrarci prive di senso in un primo momento e lo acquistano combinandosi con altre informazioni. Ci aiuta anche a rivedere quelle informazioni in momenti e stati d’animo diversi.

Mettete un timer di tre minuti, una sveglia, prima di cominciare, Nè più, né meno.Ripetete almeno una volta al giorno, anche portando attenzione a parti del corpo diverse.

Il corpo ha moltissimo da raccontarci e le neuroscienze ci confermano che moltissime emozioni e blocchi emotivi si curano, si superano, solo partendo dal corpo, non dall’analisi ragionata né tantomeno dalle parole.

Provate, e se volete, condividete l’esperienza.

Buon ascolto!

 

 

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